lunedì 9 novembre 2009

L’ulivo tra religione, mito e storia. La mia salamoia

Dopo aver raccolto le olive e averle “curate” con amore, non potevo esimermi dal parlare delle origini dell’ulivo, un albero molto affascinante e dalla valenza simbolica e religiosa molto forte e costante nei secoli.



Se si pensa all’ulivo non si può non pensare alla pace. Magari qualcuno penserà anche alla coalizione fondata nell’ormai lontanissimo 1995 da Prodi and company per succedere a Mister B, ma sono altri tempi, io passerei direttamente alla Bibbia... Una colomba tornò nell’arca di Noé portando col becco un ramoscello d’olivo, e la pace fra Dio e gli uomini fu fatta, o almeno così sembrava.

Nel cristianesimo l’ulivo ha un ruolo molto importante. Dalla Bibbia ai Vangeli, sottoforma di pianta o di olio è spesso presente, già l’appellativo di Cristo significa unto (ma ancora prima del cristianesimo le consacrazioni generalmente avvenivano tramite l’unzione) ed in quasi tutte le ritualità cattoliche si usa l’olio, dalla nascita alla morte.

Per l’uso del ramo di ulivo, basterà ricordare l’arrivo di Gesù a Gerusalemme, dove oltre che sventolare le palme, la gente agitava per acclamazione, i rami d’ulivo, e tuttora per la domenica delle Palme si fanno benedire anche questi rametti, che spesso a Palermo vengono in precedenza dipinti d’oro o d’argento e regalati ad amici e parenti. Ma riguardo alla pacifica pianticella ci sarebbero tantissimi altri episodi.

Oltre che nella religione cristiana, l’ulivo e l’olio sono presenti in altri culti e precedenti civiltà.



Ma chi ha inventato l’ulivo? Posso assicurare che questa volta i palermitani, che si attribuiscono tantissime celebri invenzioni, non c’entrano niente.

In questo caso bisogna far ricorso alla mitologia greca.

I bizzarri e “umanoidi” Dei dell’Olimpo erano sempre in rivalità tra loro, se a “quei tempi” ci fosse stato Ballarò o “Porta a Porta”, avrebbero litigato di certo, ma “arbitrati” dai rispettivi giornalisti, rilasciato interviste in libri in uscita o aspettato la telefonata di Zeus (famoso tra l’altro per scagliare fulmini verso i nemici e per essere un seduttore di donne grazie alle sue capacità “trasformiste”).

Anche in questa storia c’è un litigio di mezzo, sia Atena che Poseidone volevano “la Presidenza onoraria” di una regione, l’Attica, ed in particolare di una importante città. Zeus lanciò una vera sfida (le primarie non gli piacevano), i due contendenti dovevano fare un utile dono alla città, un tribunale presieduto dal re Cecrope ( che era per metà uomo e per metà serpente, insomma viscido come alcuni personaggi di oggi) doveva decidere quale fosse quello migliore. Geniale in effetti. Poseidone optò per una sorgente d’acqua salata (utile non c’è che dire!), però alcune altre fonti parlano di un toro o di cavalli (per la guerra), Atena che era pure figlia di Zeus (più avvantaggiata, anche lì la meritocrazia...) e dea più intelligente, inventò un albero di ulivo, che sembrò essere un dono più utile e lungimirante (soprattutto in tempi di pace): poteva nutrire col suo frutto, illuminare le notti bruciandone l’olio, usarne le foglie per fare coroncine, farne unguenti per massaggiare gli atleti e per lenire le rughe dei più vanitosi. Insomma la scelta fu immediata, la città in onore della Dea fu chiamata Atene e così nacque un albero veramente mitico!

Ma adesso andiamo alle origini dell’ulivo in Italia e soprattutto in Sicilia. Ritorniamo alla mitologia, c’era un’altro figlio d’arte, Aristeo (il padre era Apollo e la madre Cirene), che in gioventù aveva imparato come fare la guerra ma anche l’agricoltura e la pastorizia. Per nostra fortuna scelse la strada più pacifica e insegnò ai Greci l’arte di estrarre l’olio. Attratto dalla bella Sicilia, vi si recò e introdusse la coltivazione dell’ulivo e l’uso del “trappeto” (antesignano del frantoio, in Sicilia c’è un paese che ne prende il nome), ogni tanto anche gli dei ne facevano una buona.

Furono forse i Fenici a diffondere l’ulivo nel resto d’Italia, dove i primi coltivatori furono gli Etruschi e poi i Romani.

I siciliani si distinsero subito nella salamoia (per questo non potevo tirarmi indietro dal farla).

I sicelioti erano così devoti all’ulivo che esiliavano chi osasse sradicarne un solo albero.

E mi sembra quasi ovvio dire che furono poi gli arabi a consolidare la coltivazione dell’ulivo in Sicilia, alcuni termini legati ai suoi frutti derivano infatti dall’arabo, come la “giara”, che è il vaso contenente l’olio, da cui prese il nome una celebre novella Pirandello, la “burnia” (vaso per contenere le olive), il “cafisi” (unità di misura dell’olio, oltre che il soprannome di un anziano venditore di olio di un centro marittimo in provincia di Palermo. Ed io che credevo fosse il suo cognome...).
Ci sarebbero moltissime altre informazioni da dare, ma concludo qui, con una piccola nota. A Palermo (devo dire che non so nel resto d’Italia) le olive vengono distinte in bianche e nere, non siamo daltonici, è un modo di dire, se vi offrono le olive bianche state certi, si tratta di olive verdi!

E ora finalmente la mia salamoia. Dopo informazioni in famiglia ed infinite ricerche su google, è così che ho fatto. Prima ho lavato tutte le olive in mio possesso separandole in diverse bacinelle tra verdi e nere. Le ho lasciate in ammollo per un giorno intero. Poi le ho asciugate ed ho eliminato quelle rovinate o contenenti un vermetto traditore.



Olive verdi schiacciate in salamoia:

Dopo averle lavate e asciugate, mi sono divertita a colpirle una per una con un martello (stando attenta a non rompere il nocciolo), attività che necessita di pazienza, ma che ha un effetto liberatorio e antistress. Le ho messe in un recipiente e coperte di acqua (ho posto sopra un piatto “galleggiante” per far in modo che nessuna stesse fuori dall’acqua, ho letto che si rovinerebbero. Si potrebbe anche usare un panno, ma visto che aggiungo l’ammorbidente in lavatrice, non volevo dare alle olive un effetto troppo soft). Le ho lasciate così per 3 giorni, cambiando l’acqua tutti i giorni (usciva di colore marrone). Il 4° giorno ho fatto la salamoia con 80 gr. di sale per ogni litro di acqua, più precisamente ho messo l’acqua a bollire, ho spento il fuoco e aggiunto il sale. Quando si è raffreddata ho messo le olive in un barattolone a chiusura ermetica (dopo un po’ di ricerche per acquistarlo) e le ho coperte con la salamoia ormai fredda (dimenticavo, ci vuole un litro d’acqua per ogni chilo di olive). Nel barattolo ho aggiunto uno spicchio d’aglio (con buccia) ed ho ricoperto il tutto con foglie d’alloro (sempre per non far stare le olive fuori dall’acqua). Per verificare il risultato finale bisognerà aspettare quindici giorni, dopo potranno essere consumate, condite a piacimento (a me piacciono con olio, aceto, aglio, sedano e origano). In salamoia sopravvivono per almeno tre mesi.



Olive nere in salamoia:

Dopo averle lavate le ho incise con un coltello (si può fare anche un buco con uno stuzzicadenti) e messe a bagno (come sopra ) per 4 giorni cambiando giornalmente l’acqua (in questo caso violacea). Al quarto giorno le ho sciacquate, scolate e messe in un vaso alternandole a strati di sale. Le ho lasciate così per 24 ore. Il giorno successivo ho aggiunto l’acqua (sempre un litro per ogni chilo di olive). E per ora è qui che sono arrivata. Bisogna lasciarle così per un mese e mezzo, e successivamente travasarle in altri vasi dopo averle scolate e aggiunto una salamoia fatta sempre facendo bollire l’acqua ed in questo caso mettendo 20 gr di sale per ogni litro. Possono resistere in questa salamoia per circa un anno.

Olive nere sotto sale (passuluna):

Dopo aver lavato le olive e averle ben asciugate, bisogna metterle in un colapasta con abbondante sale, scuoterle giornalmente e ogni tre giorni circa aggiungere altro sale. Dopo 15 giorni dovrebbero essere pronte, si può quindi prendere la quantità necessaria e sciacquarla con acqua o meglio con aceto e condirle con olio e rosmarino). In questo caso la durata è di circa 15 giorni (da quando sono pronte). Se invece del colapasta si usa un barattolo, bisogna star attenti ad eliminare il liquido che si produce (ma nel mio caso, non so perchè, non esce nemmeno una goccia di liquido).



Dopo questa operazione non vedo l’ora di assaggiarle, speriamo bene, sennò che siciliana sono?

le foto della salamoia non sono le mie (che non ho ancora la digitale), ma di mio padre, per l'immagine dell'ulivo ringrazio Judy Witts, l'insalata di olive è di famiglia.

venerdì 6 novembre 2009

Le olive. La raccolta.



Qualche giorno fa ho raccolto le olive. Una splendida giornata soleggiata, un pranzetto a base di panini imbottiti e sfincionello. E poi la raccolta. Avevamo a disposizione solo tre alberelli, tre ulivi giovani, hanno circa venti anni. Nel giardino di mia nonna li ho visti crescere, e mai avrei immaginato che potessero diventare così belli e fruttuosi.

foto di ulivi: Judy Witts

I tronchi nodosi che si abbracciavano tra loro, il colore simile a cenere argentata delle foglie e dei rami si mischiava al violaceo intenso ed al verde scintillante dei frutti che pendevano dando un senso di abbondanza. Il terreno umido coperto purtroppo da un tappeto di olive cadute da poco. Non hanno atteso l’arrivo di chi voleva raccoglierle, la natura non può essere controllata, ha i suoi tempi, siamo noi umani a doverci adattare.

foto di ulivi: Judy Witts

Tre soli alberi, se pur così carichi non sono sufficienti per produrre l’olio, perchè i costi del frantoio sarebbero troppo alti e non converrebbe.
Poi bisogna andare dal “frantoio di fiducia”, perchè se non si conosce bene l’olio, è possibile che ti rifilino un prodotto un po’ “tarocco” e considerando che non si tratta di arance... A volte l’olio può essere “immischiato”, ovvero olio nuovo unito a quello dell’anno precedente, col rischio che sia rancido... L’olio appena uscito dal frantoio, deve avere un colore verde intenso e deve essere torbido, non trasparente. Quando è trasparente è di certo dell’anno precedente. Poi basta metterne una goccia nel palmo di una mano e strofinarlo con l’altra mano. Se è tutto di olive ed è nuovo, si sentirà un odore intenso di oliva, semplice no? Ma spesso si prendono tante fregature.

foto frantoio: Judy Witts

Comunque a noi non conveniva farle macinare, la nostra “manodopera” (cioè noi, che poi eravamo in quattro, uno più acciaccato dell’altro, chi mal di schiena, chi mal di polso, insomma tra tutti non ne usciva fuori nemmeno uno buono, senza poi considerare la nostra sana, genetica e atavica “lagnusia”, pigrizia) era un po’ scarsa, il tempo a disposizione poco e a quel punto anche la pancia piena per il precedente pic-nic (a cui non potevamo di certo rinunciare!). Però perchè lasciar cadere tutti quei frutti tanto belli e gustosi? Abbiamo pensato di raccoglierne almeno un po’.


Le olive si raccolgono in diversi modi. C’è chi mette una rete per terra e con un bastone percuote i rami in modo che le olive cadano giù, questo metodo però rovina le olive e poi anche l’olio assume un sapore brutto. Un altro metodo è l’uso di una specie di pettine che carezza i rami, così le olive cadono sulla rete ma rimangono perfettamente integre. Il metodo che noi abbiamo usato è il meno logico, quello tipico da “disorganizzati”, pur possedendo reti e pettinino, avevamo dimenticato tutto, e così le abbiamo raccolte “una per una”, per fortuna i nostri ulivi sono piccoli di statura, ma io sono molto più piccola di loro, così in punta di piedi mi aggrappavo ai rami ed acchiappavo le olive più belle e le mettevo in una “bagnina” (bacinella).


Non pensavo fosse così divertente, rilassante, gratificante. Non riuscivo a stancarmi tanto era piacevole. In un’ora e mezza ne avrò raccolti almeno sette chili, il totale del bottino, quindici chili di olive, tra verdi e nere.


Cosa farne? L’olio impossibile, troppo poche, la scelta è stata semplice. LA SALAMOIA. Ed è stato solo lì che ho pensato “ma chi me l’ha fatto fare?”. Insomma il risultato è che togliendo quelle che abbiamo regalato, avremo olive per tutto l’anno, sperando almeno che la nostra salamoia funzioni...

Nel prossimo post cenni storici e mitologici legati alle olive e la mia salamoia.

domenica 1 novembre 2009

La "Festa dei Morti" e la Frutta Martorana

Non mi rassegno alla festa di Halloween.

Allora ancora quest’anno racconterò la tradizionale "Festa dei morti" che si svolge a Palermo.
Tanti anni fa questo giorno era un momento molto importante, soprattutto per i bambini, perchè era il giorno in cui “arrivavano” finalmente i tanto attesi regali.


Bisogna considerare che nella maggior parte delle famiglie non si usava scambiarsi i regali nè per il Natale, nè tanto meno per i compleanni, le famiglie erano infatti più numerose e le occasioni per accontentare i piccoli di casa venivano ridotte, oggi invece che c’è al massimo un bambino per famiglia, ogni occasione è buona per comprare un giocattolo (magari una play station che serve più per accontentare i papà che i bambini).

Tanti anni fa a Palermo si regalava un giocattolo ai figli solo per la Festa dei morti, e veniva fatto trovare ai bambini la mattina del due novembre, dicendo che a portarlo erano stati i parenti(nonni, zii etc) morti.

Era un modo per sentire più vicini e sempre presenti i propri cari scomparsi, un modo per sdrammatizzare ed esorcizzare la morte (e su questo qui siamo maestri, viste le processioni di intere famiglie, figli compresi, alle catacombe dei cappuccini, dove sono esposti dei morti imbalsamati e ben abbigliati). E’ una tradizione antica che risaliva a prima del cattolicesimo, erano ataviche e pagane ritualità che servivano a ingraziarsi le anime dei defunti.
Era anche un modo per tenere a bada i bambini durante tutto l’anno, perchè se era vero che i morti portassero i regali, poteva pur capitare, ai piccoli più dispettosi, che i morti avessero anche la geniale idea di grattare loro i piedi durante la notte...altro che streghe di halloween!

Durante quella notte era d’uso esporre a tavola un “cannistro” (cesto) colmo di dolcetti (tetù e catalano, taralli, ossa di morto, reginelle etc) frutta martorana, e pupacciene (pupi di zucchero), era come un’offerta e una richiesta di benevolenza ai morti.


All’epoca i bambini erano molto più ingenui che oggi, i regali potevano essere anche riciclati, oppure erano le così dette “cose utili” tipo maglie di lana, pantofole e pigiamini ed erano sempre ben accetti, sempre meglio della gratta notturna ai piedi. Oggi ci sono le richieste più svariate, ed è impossibile che i bambini possano realmente credere che siano i morti a portare i regali, visti i tanti negozi e bancarelle di giocattoli di cui si riempie la città, sempre che non immaginino delle anime vagare con carta di credito in mano per comprare gormiti, barby, winks, e macchinine, ma i bimbi sono per fortuna più furbi dei grandi e li prendono in giro facendo finta di credere a queste storie!

Il dolce in assoluto più tipico per la festa dei morti, è la frutta martorana, dei frutti fatti di pasta di mandorle, con l’ausilio di splendide formine di gesso,
e dipinti a mano con colori di origine vegetale.


La pasta di mandorle viene chiamata anche marzapane, pasta reale e martorana.
Il termine marzapane, deriva dalla parola araba “manthàban”, il contenitore per un pane fatto a base di mandorle e zucchero.

Ma qui il marzapane viene anche chiamato pasta reale. Si dice che questo attributo risalga ad un episodio capitato a Ferdinando re delle due sicilie, al quale sarebbero stati offerti i deliziosi dolcetti che il sovrano avrà di certo apprezzato, da qui l’idea di considerare quella pasta adatta ai “reali”.

Ma siccome a Palermo non ci facciamo mancare nulla in fatto di tradizioni, ecco che la pasta di mandorle ha anche un altro appellativo, il più famoso, ovvero Martorana.
La Martorana è una chiesa molto importante di Palermo, che si chiamava anche Santa Maria dell’Ammiraglio, proprio perchè l’aveva fatta costruire l’Ammiraglio Giorgio d’Antiochia. Una nobildonna Eloisa di Martorana, fece poi costruire un monastero vicino alla chiesa, da allora tutto il complesso fu nominato Martorana ( e l’ammiraglio cadde nel dimenticatoio).


Ora come già detto, le suore in fatto di invenzioni gastronomiche erano proprio delle vere dee (e non per essere troppo dissacratrice), la leggenda dice che nel 1308 aspettavano un ospite importante, niente meno che il Papa (allora era Clemente V). Per rendere gradevole il proprio monastero, decisero di sostituire i frutti raccolti dal loro giardino con nuovi frutti fatti di pasta di mandorle, e presentarono alla proprio desco degli alberi finti con frutta che da allora fu chiamata frutta martorana.
In seguito questi frutti furono riprodotti dai migliori pasticceri della città e regalati per la commemorazione dei Morti. Dei veri gioielli dal gusto raffinato e dall’estetica davvero realistica e fantastica. Oggi oltre che la frutta vengono anche riprodotte altre form,e anche divertenti come i piccoli panini con la milza.

Ora, con una tradizione così, è mai possibile apprezzare Halloween?

Fare la pasta di mandorle non è molto difficile, ci vuole solo un pò di pazienza e tanta creatività. A Palermo c’è un negozio che si chiama Nuccio e che vende tutto l’occorrente, dalla farina di mandorle alle forme, colori, decorazioni. Buon divertimento!


Frutta Martorana:

Ingredienti
500gr di farina di mandorle
250gr di zucchero a velo
acqua quanto basta.
una goccia di essenza di mandorla amara

Preparazione

Impastare tutti gli ingredienti aggiungendo l’acqua poco alla volta, fino ad ottenere una pasta compatta e liscia. C’è anche chi fa sciogliere in precedenza lo zucchero in acqua bollente, ma usando lo zucchero a velo, questa operazione non risulta necessaria e la lavorazione sarà molto più semplice e veloce.
Procedere alla realizzazione dei frutti coprendo le formine con pellicola trasparente, pressando la pasta nelle formine e togliendo la parte in eccesso.

Prima di dipingere la frutta con colori vegetali sciolti in poca acqua, far asciugare bene i frutti (1, 2 giorni). Dopo aver dipinto, far asciugare e poi verniciare con appositi prodotti lucidanti per alimenti.

Foto Judy Witts

martedì 27 ottobre 2009

U Putiaru (fruttivendolo), le sue stranezze e l’insalata vastasa con patate vugghiute e cipolle infornate

A Palermo sopravvivono ancora tanti strani mestieri, ma alcuni che sembrerebbero più usuali conservano in sé delle piccole particolarità.
Il mestiere di cui parlerò adesso è il fruttivendolo, qui detto “putiaru”, ambulante o statico che sia.

foto Judy Witts

Ognuno a Palermo ha il proprio fruttivendolo “parruccianu”, ovvero fruttivendolo di fiducia.
La parola parruccianu credo derivi da parrocchiano, un paragone ardito che sta ad indicare un negoziante dal quale vai almeno una volta la settimana, quello con il quale puoi confidarti, quello che ti da ottimi consigli, quello che non ti fregherebbe mai.
Ciò che ti offre non è un supporto spirituale, ma di tanto in tanto ti risolleva l’animo, sempre che, nel caso si tratti di un fruttivendolo, non ci si concentri sul salasso rappresentato dal conto finale, spesso molto salato, visti i tempi che corrono.
Il putiaro parrucciano si giustifica dicendo ai suoi parrucciani (anche i clienti prendono questo nome) che lui tratta solo i prodotti migliori, quelli “freschi”, quelli “buoni”, quelli raccolti nelle vicine campagne, soltanto la frutta che magari ha il verme dentro ma che è dolcissima, la sua anguria sarà di certo matura, ed i carciofi esclusivamente di Cerda, l’aglio non è mai cinese, etc. E così tutto soddisfatto il cliente torna a casa con lo stipendio dimezzato.

foto Judy Witts

Alcuni fruttivendoli vengono definiti “giovenco”. Sono quelli costosissimi, che vendono le primizie, anche se ormai è difficile riconoscerle e trovarle, perchè tutti i tipi di frutta e ortaggi si trovano in ogni periodo dell’anno. Ma quando non era ancora così, c’erano dei fruttivendoli specializzati nel vendere i primi frutti di stagione, che erano molto desiderati ed attesi e quindi costavano tantissimo.
Mi domandavo l’origine del termine giovenco (usato dai meno giovani), alla fine ho scoperto che Giovenco era il cognome di un fruttivendolo che si trovava tanti anni fa al centro di Palermo (oggi rimane solo l’insegna), che era appunto tra i più cari e tra i più forniti di primizie.

Quando a Palermo si va dal fruttivendolo, soprattutto nei mercati, e magari non dal proprio parrucciano, ma da uno sconosciuto, c’è da affrontare un dilemma.
“Si può scegliere ciò che si desidera, e ancora di più si può toccare la merce?” . E’ pur vero che esistono clienti molto esigenti, che non chiedono semplicemente la merce che desiderano, ma guardano con perizia le cassette e segnano con convinzione al fruttivendolo ogni singolo pomodoro, mela, carciofo etc, perchè scelgono “a simpatia”. Ma ancora di più ci sono clienti che per acquistare devono necessariamente fare il “test tattile”, ovvero toccare con mano frutta e ortaggi per valutarne scientificamente la giusta maturazione.

Dinanzi a queste azioni ci sono differenti reazioni.
Si può incontrare il fruttivendolo tollerante che dice: “signura sa scigghissi lei” (signora la scelga da sé, così è più contenta), ma si può rischiare di incappare in quello che reagisce con vera ira, perchè se c’è una cosa che i fruttivendoli proprio non sopportano è l’aver palpata la propria frutta dai clienti occasionali, quelli che ti rovinano la merce ammaccandola tutta e magari alla fine se ne vanno senza comprare nulla. A chi invece indica la frutta senza toccarla, magari è capitato che rispondano: “se vuoli chidda, s’avi a pigghiari puri chista e chista” (se vuole quella da lei prescelta, ora deve comprare anche l’altra che io le impongo). Ciò avviene perchè il fruttivendolo generalmente quando prepara il “coppo” (involucro di carta avvolto a forma di cono utile a contenere frutta), veloce come un prestigiatore prende alcuni frutti dal fondo della cassetta, quelli meno buoni, “purriti” (marci) e brutti, e li nasconde sotto altri frutti bellissimi esteticamente e buoni, che preleva dalla parte più esposta della cassetta.

Se quindi si ha l’ardire di sconvolgere questa pratica, e di rovinargli l’affare, lui potrebbe adirarsi tantissimo ed importi a quel punto la sua volontà, e se capita un fruttivendolo robusto non si ha altra scelta, se non dileguarsi in fretta.

Foto Jan-Luc Moreau

Per tutti questi motivi è preferibile avere il putiaru parucciano, così non servirà nemmeno scegliere, perchè sarà lui ad offrire solo i prodotti migliori, e lo si rende felicissimo con poche frasi tipo “ me la scelga lei che è un esperto” oppure “io mi fido solo di lei che mi da sempre roba buona”.

Il fruttivendolo dei mercati “abbannia” la sua merce, la pubblicizza con slogan, chiama le signore attribuendo nomi inventati tipo “signora Maria”, invitandole a “taistare” (assaggiare) un frutto per testarne la bontà, ripete litanie e cantilene, urla e allunga tutte le vocali delle parole tipo “accaaattaaativiii iii paataaatiii” (comprate le patate), oppuure “a voooliii unaa trizzaaa r’agghiiiaaaa” (vuole una treccia d’aglio) etc. Questo rende ancora più belli e caratteristici i nostri mercati. Ma questo aspetto merita un post a parte.

foto Judy Witts

Ma un’altra cosa molto caratteristica dei fruttivendoli palermitani è il loro fast food. Nel pomeriggio infatti è possibile, che nelle putie (negozi) di frutta e verdura, appaiano dei grossi pentoloni di rame o di stagno fumanti, che contengono ortaggi vugghiuti (bolliti), come le patate, la fagiolina (fagiolini), i carciofini domestici, lasciati ammollo a tanta acqua calda. Sono spesso anche esposte delle teglie da fornaio dove sono disposte ordinatamente le cipolle infornate o i peperoni.

foto Judy Witts

Per i palermitani è immancabile andare dal fruttivendolo e ritirarsi senza le proprie patate vugghiute e cipolle infornate. Sono necessarie per fare una bellissima insalata vastasa (volgare, grezza), contorno apprezzatissimo per ogni cena in famiglia.

Bisogna dire che le patate vugghiute del putiaro hanno un sapore del tutto diverso da quelle fatte in casa, sono buonissime, profumate, la cottura è perfetta, a volte i veri palermitani doc non riescono a tornare a casa senza averne addentata una per strada. Qual’è il segreto? Ho chiesto al mio parrucciano e mi ha risposto che a parte il pentolone stagnato, il vero segreto è la quantità di patate che si fanno bollire e “udite udite”, l’acqua sporca (per la gran mole di patate coperte di terra). Da noi non esistono tabù sull’igiene, è il venditore stesso ad ammetterlo con orgoglio!

foto Judy Witts

Ecco la semplicissima ricetta dell’insalata “vastasa” alla palermitana: patate vugghiute (pelate e tagliate a pezzi), cipolla infornata (precedentemente sbucciata ed affettata grossolanamente), pomodori rossi tagliati a spicchi, fagiolini vugghiuti, olive verdi o nere, olio extravergine d’oliva (abbondante), aceto, sale e pepe. E’ una vera goduria, velocissima da preparare quando sono ormai le otto di sera e non si hanno ancora idee per la cena.. Certo il risultato è ideale se i componenti sono quelli comprati già cotti dal fruttivendolo, in mancanza, si potranno preparare in casa, e se ci vuole troppo tempo per fare le cipolle infornate, si potranno usare crude, magari dopo averle spremute col sale e sciacquate, per renderle più digeribili.



Le patate vugghiute, se si volesse rinunciare all’insalata, sono ottime anche “a stricasale”, pelate e semplicemente intinte in un po’ di sale, adatte per l’ipertensione...

p.s. Un saluto a Fabio, il nostro parrucciano grazie al quale adesso mangiamo molta più frutta!

mercoledì 21 ottobre 2009

A pasta c'anciova, un primo piatto palermitano.



C’è un primo piatto da annoverare tra quelli più importanti della cucina palermitana doc, tra
i più caratteristici proprio per quel gusto particolare che armonizza al meglio il dolce ed il salato.

Questo piatto nasce, forse, come alternativa molto valida, alla più famosa pasta con le sarde, la cui preparazione era però limitata al periodo in cui si potevano facilmente trovare le sarde fresche e soprattutto i finocchietti di montagna, e quindi intorno all’inizio della primavera.

Certo adesso ci si può allietare con questa fenomenale pasta in tutte le stagioni, grazie ai freezer che permettono di congelare gli ingredienti necessari e scongelarli in ogni momento dell’anno, anche se l’aroma dei finocchietti appena raccolti rimane sempre impareggiabile.
Fino a pochi anni fa però i congelatori non c’erano, e quindi la preparazione della pasta con le sarde, nella sua forma originale, rimaneva limitata alla stagione primaverile.

Un’altro elemento da non sottovalutare era anche il costo abbastanza elevato di un elemento fondamentale di questo primo piatto, lo zafferano, che non tutti potevano permettersi, ed è forse per queste ragioni che ci si impegnò ad inventare un nuovo piatto molto gustoso che somigliasse in parte al più famoso originale, riproponendo un gusto similmente dolce e salato, con la presenza del pesce e dove il giallo dello zafferano era reso più intenso, grazie al rosso ambrato dell’ “astrattu” (estratto di pomodoro).

Quindi parliamo di una sorta di cugina della pasta con le sarde, ma in versione ancora più povera e dagli ingredienti sempre reperibili. E’ infatti da segnalare che tutti gli elementi che servono a creare questo primo piatto, sono “non freschi”, ma “prodotti di conserva” e quindi sempre presenti e soprattutto anche facilmente trasportabili.
Altre fonti infatti raccontano che “a pasta c’anciova”, sarebbe stata inventata dagli emigranti, che durante l’estate facevano incetta, nella propria terra di origine, di una serie di prodotti che poi trasportavano nel freddo Nord e che cucinavano in casa, per non dimenticare il sapore della Sicilia. Alcuni (ma io non lo sapevo, credo quindi che questo avvenga in altre città siciliane) chiamano questo piatto “ a pasta milanisa”, una pasta totalmente siciliana, ma inventata a Milano (dove per Milano si è soliti intendere tutto il Nord Italia).

Un’altra ipotesi è che questa pasta fosse frutto dell’ingegno dei braccianti, che potevano facilmente prepararla durante le pause del duro lavoro, perchè gli ingredienti si potevano trasportare facilmente e la preparazione era abbastanza rapida.

Insomma a pasta c’anciova è buonissima, a Palermo si usa prepararla esclusivamente usando il formato “margherita” che raccoglie deliziosamente il condimento. Gli ingredienti fondamentali sono l’estratto di pomodoro, che d’estate si preparava in tutte le case di campagna mettendo ad asciugare al sole, per diversi giorni, della polpa di pomodoro, in modo che l’acqua evaporasse, fino ad ottenere un concentrato di pomodoro molto gustoso.
foto Judy Witts

Scrivendo mi viene in mente il profumo particolare emanato dalla salsa baciata dal sole, un po’ acidulo e pungente, molto intenso, quasi impregnante, un odore per così dire “casalingo”, “familiare”, “ancestrale”, uno di quegli odori che respiri durante l’infanzia e mai più riesci a dimenticarlo, perchè diventa parte di te, come una sorta di genetico bagaglio di ricordi olfattivi.
Altro ingrediente, appunto l’anciova, ovvero l’acciuga sott’olio o ancor meglio sotto sale,
Foto Judy Witts
e poi aglio o cipolla, uva passa e pinoli (sempre per la loro funzione antibatterica) e soprattutto la “muddica atturrata” (pangrattato abbrustolito). Il connubio risulta davvero insuperabile!

Ingredienti:
400 gr di pasta margherita, mezza cipolla grossa, uno spicchio d’aglio, alcune acciughe salate o sottolio, 200 gr di estratto di pomodoro (si può anche usare il concentrato nei barattoli), 100 gr di pangrattato, una manciata di uva sultanina e pinoli, olio extravergine d'oliva sale e pepe.

Preparazione:
Tritare finemente la cipolla e soffriggerla in abbondante olio evo. Appena è appassita unire uno spicchio d’aglio (privato del germoglio interno) ed i filetti d’acciuga (precedentemente privati di spine e sciacquati) e continuare a soffriggere facendo sciogliere l’acciuga. Aggiungere l'estratto di pomodoro e un pò d'acqua calda (uno o due bicchieri), unire l'uvetta sultanina (tenuta per un po’ in acqua) e i pinoli. Far cucinare per circa un quarto d’ora fino a quando la salsa sarà abbastanza densa.
Nel frattempo bisognerà preparare la “muddica atturrata”.

Alle persone particolarmente logorroiche si usa dire ironicamente, che per ottenerne l’effetto, basterebbe soltanto che parlassero con il pangrattato... questo perchè a Palermo, “atturrare” significa, oltre che abbrustolire, anche “stressare” con la dote della favella.

Scherzi a parte si mette in una piccola padella un po’ d’olio (c’è anche chi aggiunge dell’ altra acciuga, ma sarebbe un’esagerazione), il pangrattato, sale e pepe. Mescolare continuamente con un cucchiaio di legno, fino a quando non si raggiunge un colorito ambrato.Quando tutto è pronto, è già il momento di cucinale la margherita, scolarla, rimetterla in pentola con parte della salsa, dividere nei piatti, cospargere ogni piatto di pasta con abbondante pangrattato e alla fine aggiungere nuovamente la salsa.

Una piccola nota, c’è chi questa pasta la prepara senza la cipolla, solo con l’aglio, o viceversa. Io preferisco usarle tutti e due gli ingredienti, per la serie “non facciamoci mancare niente”, ma il risultato è ottimo. C’è anche chi usa la pasta d’acciuga, ma è un poco triste, va bene solo nei momenti di emergenza. Per chi non disponesse di estratto “fatto in casa”, lo potrà sostituire con il concentrato di pomodoro reperibile in tutti i supermercati, certo il sapore è lievemente diverso, meno intenso, ma pur sempre gradevole.

E finalmente buon appetito! E visto quanto sono logorroica (almeno nella scrittura), spero di non avervi “atturrati” troppo, mi impegnerò a farlo solo con la muddica!

sabato 17 ottobre 2009

Le caldarroste a Palermo

Ho spesso detto come a Palermo sia di grande importanza lo “street food”.
Esistono dei cibi che potrebbero essere anche preparati in casa, ma pochissimi palermitani scelgono questa possibilità, perchè il mangiarli per strada non ha pari, sia per il bello di degustare all’aperto, sia per il gusto differente che assumono.
E’ possibile che gli ambulanti usino degli ingredienti segreti, perchè è proprio difficile riuscire a riprodurre certi sapori a casa.

Mettiamo le panelle o il panino con la milza, possono essere preparati in casa, ma mai avranno quel gusto particolare e caratteristico, mancheranno delle “sfumature”.

E' certo che l’olio o lo strutto che dagli ambulanti vengono fritti e rifritti, mantengono un sapore “vissuto” che nessun grasso animale o vegetale usati in casa e sicuramente puliti e cambiati con frequenza, potranno mai avere.
Un altro esempio è lo sfincione dello sfincionaro, che così morbido e gustoso è impossibile da imitare, lo slogan con cui viene publicizzato è: “Scarso r' uogghiu e chino i pruvulazzo” (con poco olio e molta polvere), e penso che basti già a far capire ciò che intendo...
Per non parlare delle stigghiole vendute sotto i cavalcavia, assolutamente esaltate dal sapore dello smog tutto palermitano.

Insomma ci sono dei sapori che si possono trovare solo per le strade di Palermo.
Un altro esempio di street food inimitabile a casa, perchè necessita uno strumento di cottura molto particolare, sono le caldarroste, ovvero le castagne alla brace, che si possono facilmente trovare proprio in questo periodo. So che le caldarroste in sè non sono una novità, perchè reperibili in tutte le città d’Italia, ma posso assicurare che quelle che si potranno mangiare nelle strade di Palermo sono diverse, davvero uniche, nel colore e nel gusto!

Intanto è già molto caratteristico l’incontro che per le strade si ha con le caldarroste.
Quando sopraggiunge un po’ di freddo, come adesso, che tutti stanno cominciando a fare il cambio stagione, e come qui, dove è facile incontrare persone con giubbotto e sandali ai piedi, oppure altre con canottiera e stivali, perchè la temperatura varia continuamente e il sole si alterna alla pioggia in modo repentino, in ogni angolo delle strade di Palermo, cominciano ad apparire come funghi , delle nuvolette di fumo bianchissimo che rendono l’atmosfera molto particolare, un po’ natalizia, direi.
Chi produce quel candido vapore?

Per fortuna non è uno dei cassonetti che bruciano producendo un fumo nero e maleodorante, ma nemmeno quello profumato di “carne di crasto” (carne di agnello castrato) degli stigghiolari (che prima o poi descriverò), che stimola tutti i palermitani che lo incontrano ad aprire il finestrino della macchina, anche in pieno inverno, per assaporarne l’aroma, e qui sfido tutti i palermitani doc a affermare il contrario.

Quella coltre fumosa più delicata è prodotta dalle fornacelle dei caldarrostari. Sotto quella nuvoletta infatti c’è un lungo cilindro metallico dal colore ormai arrugginito e bruciacchiato, dove al fondo c’è una brace accesa e nella parte superiore un coperchio da cui fuoriesce il fumo.
Davanti alla fornacella cilindrica c’è un uomo che incide le bucce delle castagne, versa del sale e di tanto in tanto scuote il tutto con maestria, e infine prepara degli splendidi “coppiteli” (involucri di carta a forma di cono) colmi di castagne dal colore argentato.



La particolarità di queste caldarroste, oltre che dal caratteristico aggeggio con cui vengono cucinate, è data proprio dal sale che a contatto con la brace, crea una soffice polvere bianca, simile nell’aspetto allo zucchero a velo, che ricopre tutta la castagna, lasciando fuoriuscire soltanto il colore dorato della parte interna tramite quell’incisione della buccia, effettuata prima della cottura.

Di certo non può mancare un piccolo elemento storico riguardante gli arabi, che sicuramente furono i precursori di questo genere di fornaci adibite all’arrosto di vari generi alimentari, che ancora oggi si possono trovare a Palermo nella storica Via Calderai.

I palermitani doc invitati dal bianco fumo (il castagnaro è tra i pochi ambulanti che non necessita di “abbanniata” per destare la curiosità del cliente), mangiano le ottime caldarroste durante le passeggiate domenicali, bruciandosi la lingua perchè è difficile resistere a tale tentazione, aprendo le castagne, spellandole e sporcandosi le dita di quella particolare cenere. Il gusto è buonissimo ed “una tira l’altra”, peccato che ultimamente da cibo povero si stiano trasformando in cibo da ricchi, perchè il costo negli anni è salito. Però devo dire che ne vale sempre la pena!

martedì 13 ottobre 2009

Una poesia in dono.

Sono molto felice oggi di pubblicare su Agave blog una bellissima poesia dedicata alla mia terra, da Lisa del blog "Poesie con amore", una poetessa di origini ungheresi che ha vissuto in Sicilia per molti anni, amandola profondamente.

Qualche giorno fa Lisa è arrivata sul mio blog ed ha lasciato un commento, facendomi un bellissimo regalo, la dedica di questa poesia, che esprime con amore ed intensità le sensazioni che provoca un terra così forte, dalla "caparbia bellezza", dalla natura struggente con la quale si riesce ad entrare in un profondo ed intimo contatto, tali sono i suoi profumi, i suoi colori, le sue asprezze. Dove un "viaggio di piacere" può trasformarsi in un'esperienza trascendente.

Grazie Lisa per la tua poesia, mi ha emozionata e ricongiunta ancora a quest'isola che tanti sentimenti contrastanti provoca in me.
Spero tu possa tornare presto.


Ecco parte del commento di Lisa/Poeslandia e sotto la poesia "Sicilia t'amo".

"...dedico al tuo blog una mia poesia che scrissi, quando ho dovuta lasciare a sicilia, ma e sempre rimane nel mio cuore, e mi manca, cosi verro qua a respirare aria di mare e sole."


Sicilia t'amo

Immensa è la luce della tua terra.
Il fragore del mare
che s'infrange sulle tue spiagge,
diventando musica e sollievo per
le tue stupende scogliere.
Il profumo degli ulivi,
l'incessante richiamo
dei tuoi colori,
sono le giusta risposta
al credere in DIO...
Nulla
di piu perfetto, preciso
può essere stato creato,
se non da Lui.
L'uomo ti ama
ti custodisce premiandoti
con proprio amore.
Solo
chi vede lo splendore
dei tuoi tramonti,
dei tuoi arborei mattini dorati
può capirne il fascino.
Mai vidi tanta caparbia bellezza
oltraggiare
il mio cuore.
E nel tuo cielo che ho scoperto
l'azzurrite del paradiso.
E la celestiale forza della natura,
che confonde un profano viaggio
di piacere
in un interminabile volo di luci
colori, odori
dove
atterrare,
per poi risalire
fino a quando la proprio anima
non diventa la materiale
continuazione del tuo infinito essere.
Terra
Sicilia
Non ti dimenticherò mai.

(Mondello, 1990-2002)

giovedì 8 ottobre 2009

"I minni dilli virgini" . Raccolta Afrodida




Questo post è per la raccolta “Afrodida”, lanciata nel blog di Dida, che ci propone di mettere insieme una serie di ricette afrodisiache, partendo proprio dalle parole di Isabel Allende nel libro “Afrodita".



Ho fatto una ricerca nella storia della cucina e anche della letteratura siciliana dove spesso la gastronomia ha un ruolo significativo, con l’intento di trovare una ricetta “afrodisiaca” che potesse mettere in risalto quanto in Sicilia, soprattutto nel passato, i piaceri dei sensi fossero legati ai piaceri della tavola, e come i divieti imposti dalla Chiesa, la mentalità moralista e tradizionalista, fosse spesso in contraddizione con una sorta di edonismo primordiale, appartenente sia alle fasce popolari (che spesso la sfogavano in periodi circoscritti, per esempio il carnevale), ma anche alla realtà nobiliare, dove l’apparente morigeratezza e religiosità, nascondeva lussi e sfrenatezze.
Al centro di Palermo, vicino Piazza Marina, erano noti i luoghi in cui, nelle tenebre della notte, tantissime carrozze eleganti, venivano parcheggiate per permettere ai potenti dell’epoca scambi di coppie e incontri con le “escort” di allora.

Anche in tavola veniva espressa una certa “malizia” e “il doppio senso”, stimolatori di passioni e fantasie, e la ricetta che più secondo me rappresenta tutto ciò, è quella di un dolce che poteva essere considerato afrodisiaco, non tanto per l’uso di ingredienti che stimolassero i sensi del piacere, ma per la sua forma e il suo significato, che nel passato, in cui si lasciava maggior spazio all’immaginazione, ancora di più suscitava sensuali turbamenti.


Questo particolare dolce, con diverse sfumature, presente in tutta la Sicilia, di cui sia a Palermo, che a Catania, che a Sambuca si rivendica la paternità, ha un nome che invece poco spazio offre all’immaginazione (almeno per chi conosce il dialetto siciliano), i “ minni delli virgini” (i seni delle vergini), o a Catania “i minnuzzi di Sant’Ajata” (i seni di Sant’Agata). Ed è ancora più paradossale e particolare che fosse stato inventato all’interno dei monasteri, dalle suore.

Dicevo della letteratura siciliana, perchè questo dolce è stato “nobilitato” da Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo, che con le sue parole ne esprime perfettamente il senso.
Don Fabrizio proprio durante il famoso ballo, vedendo di fronte a sè un vassoio di dolci scelse quelli che: “...si sfaldavano scricchiolando quando la spatola li divideva, sviolinature in maggiore delle amarene candite, timbri aciduli degli ananas gialli, e ‘trionfi della gola’ col verde opaco dei loro pistacchi macinati, impudiche ‘paste delle vergini’ ” e si domandava: “ Come mai il Santo Ufizio, quando lo poteva, non pensò a proibire questi dolci? I trionfi della gola (la gola, peccato mortale!), le mammelle di S. Agata vendute dai monasteri, divorate dai festaioli! Mah”.

Ne parla anche il Pitrè raccontando le tradizioni palermitane "In tutto l'anno tenevansi in alta fama le suore del monastero delle Vergini con le impareggiabili loro "sussameli" e, meglio, con certi loro pasticci, il nome de' quali, "minni d'i Virgini" (mammelle di vergine) si presta ancora oggi ad un bizzarro, e un po' salace bisticcio".

Nella letteratura più recente, una scrittrice siciliana, Giuseppina Torregrossa, ha scritto un libro che non ho ancora letto, che parte proprio dal racconto della fattura di questi dolci (nella versione catanese), per parlare di donne siciliane, il libro si intitola “Il conto delle minne” (il racconto dei seni).

foto da internet

Un po’ di storia. E’ stato un po’ complicato capirci qualcosa, perchè quella di questo dolce è particolarmente intricata, infatti ci sono tre diverse strade che si intrecciano tra loro, tre differenti origini, ma una è comune: questo dolce fu creato dalle mani e dalla fantasia delle suore, che nei monasteri si dilettavano nella preparazione e nel bunsiness dei dolci.

A Catania “le minne di Sant’Agata” raccontano di una storia cruenta di sesso, omicidio e santità. Un dolce che ricorda il martirio della giovane cristiana Agata, perpetuato da parte del pagano proconsole Quinsiano, il quale dopo aver visto rifiutate le sue avances nel nome della religione cristiana, tentò di corrompere la moralità della fanciulla, affidandola “alle cure” di una prostituta sacra di un tempio pagano, e non potendovi riuscire, la torturò recidendole i seni.
I dolci catanesi hanno quindi la forma di due cupolette di pasta frolla, ricoperte di glassa bianca, ripiene di crema di latte e canditi e sormontate da due ciliegie rosse. Devo dire che conoscerne la storia, smorza un po’ il potere erotico di questo dolce delizioso.

Nella tradizione di Sambuca invece il dolce fu inventato da Suor Virginia Casale di Rocca Menna del collegio di Maria, sotto richiesta della Marchesa di Sambuca, che per l’occasione del matrimonio del figlio, desiderava trovare in tavola una novità in campo di dolci. Nel 1725 la suora, probabilmente stupendo tutti per la sua sfacciataggine, creò, ispirata dalle dolci sinuosità delle colline della sua terra, un dolce morbido di pasta frolla, ripieno di crema, zuccata, cioccolata e spezie che risvegliassero i sensi, come pure la forma maliziosa di seno.

Ed infine la tradizione palermitana, che vuole questi dolcetti, a questo punto definibili dei veri peccati di gola, inventati e prodotti dalle suore del monastero di S. Maria delle Vergini, nella salita Castellana in corso Vittorio Emanuele, che si divertivano a ironizzare sul nome del loro monastero. Le “minni delle vergini” venivano vendute al pubblico dalle suddette suore, forse un pò troppo ingenue o forse precorritrici del marketing (avevano già capito quanto il corpo femminile fosse un buon veicolo per fare affari in un mondo declinato al maschile), fino agli anni ’60, tramite un’apertura del loro convento su Piazza Venezia.

I minni delle vergini adesso a Palermo, sono state rielaborate, rese meno esplicite (il colore verde e la forma squadrata di adesso le farebbero avvicinare di più ai seni di una extraterrestre) e vendute dai più pudichi pasticcieri palermitani col nome di cassatine.
Devo dire che a parte le tradizioni fin qui raccontate, che si chiamino cassatine o “ minni dilli virgini”, si tratta di veri bocconcini goduriosi, dolcissimi e delicati, morbidi e profumati, nessuno potrebbe resistere a questi attimi di puro piacere.

Ovviamente se si volesse offrire questo dolce con un “intento” afrodisiaco, sarebbe necessario porne due su di un piatto.
Offrendo una sola “minna” o una intera “guantiera” (vassoio), il senso della cosa potrebbe infatti non essere compreso da un “commensale” poco perspicace e più vorace, che si avventerebbe rapidamente su tutti i prelibati pasticcini, riempiendosi lo stomaco e annullando rapidamente il ludico obiettivo che ci si era proposti.


La ricetta che pubblicherò è quella palermitana, che mi è stata più facile da reperire, come pure le foto, nulla togliendo però alle splendide versioni di Catania e di Sambuca che pur avendo un identico significato, hanno un diverso aspetto e gusto, ma pur sempre ispirano fantasie voluttuose e passioni nascoste. Delle vere tentazioni.


Ingredienti:
Gr. 500 di pasta di mandorle, gr. 300 di ricotta, gr. 80 di zucchero semolato, gr. 200 di glassa di zucchero, gr. 100 di pan di spagna, ciliegie candite.

Lavorazione:
Preparare la pasta di mandorle come spiegato nella ricetta della Cassata Siciliana. Stendere la pasta di mandorle in uno strato di circa 2/3 millimetri e rivestire degli stampini a forma di cupola foderati precedentemente con la pellicola trasparente. Riempire le formine con la crema preparata in precedenza, unendo alla ricotta setacciata allo zucchero semolato.
Spezzettare il pan di spagna e spargerlo sulla crema fino a ricoprirla.Capovolgere le cassatine su dischetti di carta per dolci e spennellare la parte superiore con la glassa. Far asciugare e applicare al centro di ogni cassatina una ciliegia candita.

Ciao Dida, spero ti sia piaciuta.

venerdì 2 ottobre 2009

La pioggia

Oggi sono seria, purtroppo.

Piove, piove con insistenza.
Ricordo che da piccola amavo la pioggia di settembre e Ottobre.
Spesso era una pioggia leggera che serviva appena a bagnare l’asfalto, e ad emanare un profumo di terra bagnata che mi faceva pensare alla scuola, e a me piaceva la scuola.
Era un profumo particolare ed un’atmosfera che faceva capire che l’estate era ormai finita e dava il senso che dopo l’estate e le vacanze, sarebbe ricominciata la vita più impegnativa.
Qui in Sicilia, quella pioggia dava spesso spazio allo spuntare del sole e non nascondeva, se non per pochi momenti quel cielo azzurro che ci fa da tetto.

Ora piove ma mi sembra diverso, si tratta di una pioggia improvvisa, folle, potente, ribelle.
Si tratta di brevi temporali carichi di saette e tuoni rumorosissimi. Ma la pioggia è frutto della natura, ma non so se è naturale o condizionata anche quella dall’intervento umano che sta facendo cambiare il clima nel mondo, ma non sono un’esperta in materia, più che altro mi limito ad osservare.

Ieri pomeriggio c’era un caldo afoso e poi improvvisamente è diventato tutto nero, dopo lampi e tuoni, poi pioggia, tanta. Pensavo, che come ormai accade negli ultimi giorni, la città si sarebbe allagata, i tombini sarebbero esplosi come funghi, le strade come fiumi in piena. Ma è possibile? Sorridevo all’idea che se i palermitani non escono quando piove sono un pò giustificati, perchè solitamente bastano già due gocce d’acqua per creare un traffico impossibile e per far andare in tilt la rete fognaria della città.

Oggi però arrivano le notizie che in alcuni piccoli centri della Sicilia, in provincia di Messina, sono morte 17 persone e ci sono ancora dei dispersi, il fango ha sepolto tutto.

Questo fa soffrire oltre che indignare.
Spesso si legge sui giornali la fatidica frase “tragedia annunciata”, ma è accettabile che sia così?
Anni di abusivismo edilizio, un pensiero nullo rispetto all’ambiente e agli esseri umani fanno sì che nel 2009, un terremoto, ma anche la pioggia causino morte.
E che certi paesi fossero costruiti su letti di fiumi, su colline friabili, che le reti fognarie sono in cattive condizioni, questo si sapeva.
Case abusive e poi sanate e condonate, ci sarà un motivo se non si potevano costruire.


Siamo in una società fatalista e legata al denaro, in Sicilia siamo ancora più fatalisti, il destino è ineluttabile, si sfida la sorte, “tanto non cambia mai niente...”, ci siamo abituati.

Adesso non piove, mentre scrivevo mi sono fermata. Approfittando di questo momento di calma abbiamo liberato una grondaia, da foglie, fango e rami per evitare che si otturasse. I piedi nell’acqua, le zanzare a divorarci.
Una cosa piccola, niente di grave, ma mi sono sentita un’idiota, avremmo potuto fare prima questo breve lavoro, perchè aspettare che piovesse di nuovo? Anche io sono fatalista? E mi domando se sia possibile non esserlo in una terra come la Sicilia.

Speriamo che adesso la pioggia ci dia un pò di tregua.

La mia solidarietà a chi ha perso amici e familiari.

martedì 29 settembre 2009

Sono una palermitana doc? Confronti. Polpette di sarde con salsa

Oggi un confronto per capire se sono una vera palermitana doc.

Ogni tanto mi pongo questa domanda, forse sarà la solita crisi dei trentenni ( e non sono una “mucciniana” e tanto meno una “mocciana” perchè per questo “non ho l’età”), o sarà che quando giro per Palermo mi sento piuttosto una marziana (e alle volte anche marxiana).
Nello stesso tempo però so di avere nel sangue tanto palermitanesimo e la cosa mi incuriosisce.
Quale miglior metodo allora se non confrontarsi con chi nella mia famiglia è il miglior esemplare del palermitano doc? Anzi di palermitana, perchè è opportuno che scelga il confronto con una donna.

Generazioni a confronto.

Mia nonna e il suo nome. Si chiama Caterina, nome che in famiglia hanno in tante. Sono almeno cinque cugine a portarlo, escludendo ovviamente nonne, bisnonne e nipoti, perchè una vera palermitana porta sempre il nome della nonna, da generazione in generazione. Come fanno a distinguersi tra loro? Semplice con i soprannomi o i diminuitivi. A mia nonna è andata piuttosto bene, la chiamano tutti Ina, non è certo stato così per alcune sue cugine, ad esempio Inaalaria (la brutta) o Inuccia a gruossa (la grassa), che è pure un controsenso.

Io e il mio nome. Mi chiamo Evelin. Sono stata segnata alla nascita. Ma che nome palermitano doc è Evelin? Ho spezzato incolpevole la tradizione. Ovviamente nessuno in famiglia lo porta, ma lo stesso ho tanti diminuitivi, Evi, Eve, Vela, Veluccia, Eveluccia, Veluzza, Eveluna, Evelina, Avelin e il più accreditato tra gli anziani, Evelinni. Vuoi la crisi d’identità?

Mia nonna e la famiglia. Come tante palermitane, che come u pani ca meusa, si dividono in schiette e maritate (zitelle e sposate), “si maritò” a venti anni, ma già aveva perso tempo per i suoi gusti, c’era la guerra di mezzo e mancavano i soldi per la dote e per il matrimonio (e mia nonna ci teneva molto a queste cose).
A quei tempi ci si vedeva col fidanzato solo in presenza della madre, e lei purtroppo non l’aveva più, dopo aver scomodato tutte le zie a disposizione, mio nonno la lasciò. Per ingelosirla, le passò davanti al balcone con un’altra, e mia nonna, che lo racconta ancora con orgoglio, senza versare nemmeno una lacrima, reagì simulando uno sputo davanti alla neocoppia. Mio nonno, forse impaurito, la sposò subito e ne rimase del tutto succube e follemente innamorato (ancora oggi).

Io e la famiglia. Ho quasi trentatre anni e non sono sposata. Convivo... E già qui è quanto dire. Mia nonna ha cominciato a prepararmi la “duota” (la dote) da quando avevo sei anni, ma io di sposarmi non ho mai avuto intenzione, da sempre allergica al matrimonio e all’abito bianco. Il mio compagno non è palermitano, cavolo, questo è grave, nessuno in famiglia aveva mai osato tanto, e in più non è un furestieru (del nord Italia), ma un siciliano, che qui viene detto dispregiativamente “paesanu”. Devo dire che per par condicio, anche i palermitani sono malvisti in tutto il resto della Sicilia, così io sempre sono e sarò “a palermitana”, che non è proprio un complimento.
Le persone anziane mi chiamano con sospetto “signurina”, perchè non sono sposata, così ora nel mio condominio ci sono due “signurine”, io e una vecchietta zitella di ottantanni.

Mia nonna e il lavoro. Fa la casalinga, da ragazzina lavorava in una ricevitoria, ma il nonno (vero palermitano doc d’altri tempi), appena fidanzato, la fece licenziare, perchè per una donna fidanzata non era concepibile lavorare e uscire da sola.
E’ un ottima casalinga, fa pulizie meticolosissime, tutta la sua casa brilla, passa ore e ore a stirare anche i calzini e le pezze per spolverare.
Malgrado il suo mestiere in casa, tutti la chiamavano “a levatrice” (l’ostetrica) perchè amava uscire e fare le visite alle parenti, fu anche tra le prime donne automobiliste palermitane doc, guida ancora oggi a ottantatre anni.

Io e il lavoro. Prima studentessa e nel frattempo baby sitter e volantinatrice capo (promossa perchè malgrado la mia piccola statura, andavo veloce come un furetto), pochi giorni in un’Assicurazione, serviva un abbigliamento elegante e femminile, visto il mio odio per la moda, dopo quattro giorni in cui rispolverai gli abiti da matrimonio che avevo nascosti nell’armadio, dovevo ricominciare il giro... In più dovevo anche portare sfiga alla gente per farli assicurare!

Ora faccio la bedandbreakfastara, che non è proprio un mestiere da palermitana doc, in primo luogo perchè nessuno qui sa dire bed and breakfast, poi perchè in casa mia vivono “l’astranei” (gli estranei), i familiari per giustificarmi dicono che ho un albergo e che a Palermo non c’è lavoro.
Mi piace uscire, ma passo molto tempo in casa anche per via del mio lavoro, pulisco per ore e ore la zona della casa destinata al b&b, e stiro lenzuola e asciugamani senza tregua, però sotto il mio letto c’è un altro materasso di polvere, le mie lenzuola scricchiolano come fossero di carta e le mie asciugamani vanno bene per fare il peeling, quindi non sono una brava “massara” (brava massaia palermitana doc), ma nemmeno una “cusciuta” (donna palermitana che ama uscire), e un giorno una mia anziana vicina, vedendomi spesso in casa, mi ha consigliato di vedere le telenovelas come fa lei, per passarsi il tempo...

Mia nonna e la cucina. E’ qui che si giunge all’apoteosi del suo palermitanesimo. Lei cucina esclusivamente alla palermitana, non esistono influenze che so, magari da Messina o Catania, niente. L’alimentazione che seguono in famiglia è legata ad una serie di regole e tradizioni.
A pranzo si mangia la pasta, a cena il secondo. La domenica si mangia solo pasta “cu sucu” (con salsa di pomodoro) e carne impanata. Il venerdì pesce. Alcuni condimenti sono legati al formato della pasta. Impossibile non fare la pasta c’ anciova e i tenerumi se non con la margherita, oppure la pasta con sarde o broccoli arriminati se non con il bucatino. Alle feste si mangia la “pasta col forno”, ma solo con gli anelletti. D’estate prepara quintali di caponata, milincianeddi e peperoni ammuttunati. La pizza non esiste, si mangia solo sfincione. E poi la zucca rossa si cucina esclusivamente come “fegato ri setti cannuola”, i cardoni si fanno fritti in pastella, il riso si mangia solo a santa Lucia, e quel giorno al mattino, al posto del pane e latte si mangia la minestra di broccoli. Per il giorno dei morti tassativamente le muffolette, sempre a colazione. Tutto questo ancora oggi che lei e mio nonno hanno superato gli ottantanni. Alcuni cibi sono tabù, soprattutto panna e besciamella, ma anche i cibi surgelati e i barattolini. Ogni ricetta viene preparata da mia nonna con precisione e meticolosità, impiega molto del suo tempo a cucinare, se dovesse preparare la minestrina, preferirebbe fare lo sciopero della fame. Alla linea non è interessata, anzi il suo detto è “ a carni sta biedda a atta” (la carne fa bella la gatta).

Io e la cucina. Premesso che amo mangiare, amo la cucina palermitana, e cucino anche abbastanza bene, non riesco a seguire quasi nessuna regola, nel cibo come nella vita. Non so riproporre un piatto fatto sempre allo stesso modo, non ci riesco proprio, in cucina invento sempre e cambio tutte le ricette. La domenica che è un giorno di lavoro, spesso mangiamo cose già pronte o fast-cucina, ovvero le famose spinacine. Mangio anche il secondo a pranzo e la pasta a cena. Mi dimentico le feste, tranne ora che ho il blog. Faccio la pasta al forno anche con le pennette e i rigatoni (sacrilegio!) e i broccoli arriminati con le casarecce, però l’anciova è tassativamente con la margherita, lo ammetto! Amo il riso più della pasta, lo mangerei sempre. I surgelati sono la mia salvezza, come pure i barattolini di vongoline, di pesto e adoro la panna.

Ora è chiaro, sono una palermitana anomala, con un nome anomalo; nè schietta, nè maritata (altro che pane ca meusa); nè massara, nè cusciuta; in cucina sono di tanto in tanto irriverente, ma ci sarà un perchè se scrivo un blog sulla mia città, se conosco bene il dialetto sia antico che moderno, se il mio cibo preferito sono le arancine, se quando vedo il golfo di Palermo dall’alto di una montagna dico “la città più bella del mondo!”....

Per chi ha avuto la pazienza di leggere tutto questo, una buona sorpresa, e questa veramente palermitana. “I pulpetti di sardi cu sucu” (le polpette di sarde con salsa di pomodoro).


Questa è una tipica ricetta della cucina povera siciliana, di cui spesso le sarde sono l’ingrediente principale, visto il loro costo contenuto. Il tipico sapore agrodolce è dato dall’abbinamento con il salato, dell’uvetta sultanina e della menta. I pinoli erano usati nel passato prevalentemente per la loro funzione antibatterica, visto che a volte veniva cucinato “pisci fitusu” (pesce non propriamente fresco).

Ingredienti:
500gr di sarde, 1 uovo, 100gr di cacio cavallo, foglie di menta, una manciata di pinoli e uva passa, 500 gr di salsa di pomodoro, mezza cipolla, olio extravergine d’oliva.

Procedimento:
Pulire e squamare le sarde, togliere la testa , ottenere dei filetti e sminuzzarli. Unirli al formaggio, all’uovo, uva passa e pinoli e alla menta tritata. Amalgamare il tutto e ottenere delle polpette. Soffriggerle nell’olio e metterle in un piatto.
Nel frattempo preparare la salsa di pomodoro, insaporita da un soffritto di cipolla e da alcune foglie di menta. Versare nella salsa le polpette e farle cuocere per circa quindici minuti. Chi vuole potrà condire con la salsa un buon piatto di pasta.

venerdì 25 settembre 2009

“La spinacina”, la vera cucina palermitana. Per Jajo

Per chi volesse comprendere al meglio questo post, bisogna leggere quello precedente e soprattutto il commento di Jajo di cui riporto qui solo una parte: “P.s.: ora aspetto davvero il post sulla spinacina !!!”

Vista la richiesta non potevo far a meno di scrivere questo post su un piatto che è tra i miei preferiti e che potrei definire il mio “cavallo di battaglia”.

Oggi presenterò un tipico piatto della cucina palermitana, semplice ma elaborato e soprattutto gustosissimo, la cui origine è araba, ma che nel corso dei secoli, ha visto le influenze del tipico stile barocco siciliano, e questo è evidente nel suo aspetto estetico che mette in risalto il colore dorato tipico delle decorazioni delle chiese palermitane.

Il nome di questo piatto a base di carne è Spinacina, gli arabi le chiamavano “al sphinach”, ovvero trito di verdura energetica.

Un emiro della Kalsa, uno dei più antichi quartieri arabi di Palermo, era solito farsi preparare dai suoi cuochi delle frittelle costituite da un misto di verdure amare che avevano anche delle funzioni mediche ed energetiche.
Successivamente i famosissimi cuochi francesi chiamati Monsù, elaborarono questo piatto aggiungendo tocchetti sfilacciati di selvaggina, allietando così le tavole dei nobili del tempo.

Le donne del popolo, sostituirono le quaglie con del pollo, perchè basta un pò di fantasia per poter rendere gradito al palato anche il più povero degli ingredienti. Successivamente la spinacina fu conservata sotto sale o essiccata al sole, ma la più grande invenzione che i palermitani amano attribuirsi, fu quella di porle su delle lastre di ghiaccio e così conservarle per i periodi di carestia.
Il contributo che dagli spagnoli fu dato a questo succulento piatto, fu la delicatissima dorata panatura, che ancora oggi tutti i palermitani doc apprezzano.

Questo piatto tipico della cucina povera palermitana è molto semplice da preparare, è ottimo nei giorni di debolezza, ma soprattutto in quelli di lagnusia (pigrizia), poichè è molto semplice da realizzare e molto gustoso.


Ingredienti: spinacine surgelate, olio evo.

Ricetta: aprire il freezer ed estrarre una spinacina. A questo punto ci sono due diverse scuole di pensiero riguardanti la preparazione del piatto. Un modo molto apprezzato è quello di mettere dell’abbondante olio evo in una padella antiaderente, appena la temperatura è giusta (si può testare schizzando dell’acqua) immergere la spinacina per alcuni minuti, girarla e porla nel piatto di portata. Un altro metodo, il mio preferito, è quello di stendere su una teglia della carta forno e adagiarvi sopra la spinacina. Inserire la teglia nel forno caldo, aspettare qualche minuto e... Buon appetito!

Per chi volesse, è possibile aggiungere un tipico contorno palermitano a base di purè di fiocchi di patate, consiglio quello di marca “Noi Voi” che si può trovare nei tipici discount storici di Palermo.
Consiglio anche di intingere le spinacine in una tipica salsina agrodolce palermitana doc, il Ketchup, che ovviamente ha origini arabe.

Purtroppo non disponendo di macchina fotografica, al momento ho rimediato con una foto tratta da internet. Ma visto che il mio freezer è pieno di spinacine, prossimamente vedrò di fotografarle.


Vabbè, non sono ancora impazzita del tutto, questo post è una dedica a Jajo e a tutti i miei cari amici blogger!
P.s. per tutti i miei carissimi lettori: scusatemi per questo post in cui racconto "la finta storia della spinacina". Le cose che racconto, riguardanti le sue origini etc, sono solo frutto della mia fantasia. Volevo, dopo il post precedente, in cui mi lamentavo di non avere ispirazioni per nuovi post, perchè per ora cucino solo cibi surgelati e precotti, prendermi un pò in giro per questo, e soprattutto prendere in giro lo stile con cui di solito scrivo i miei post culinari, dove spesso cito le origini arabe dei piatti, elogio la cucina povera, esalto le doti di inventori dei palermitani.
Spero che questo mio gioco vi abbia un pò divertiti e... non dite in giro che vi ho "spacciato" le spinacine come un piatto tipico palermitano!!!

mercoledì 23 settembre 2009

Cosa scrivere? Nella ricerca dell'ispirazione...

Può capitare nella vita di una neoblogger di non riuscire a trovare l’ispirazione per un nuovo post.
Allora ti cominci a domandare il perchè.

Sarà che l’incostanza è una “dote” che non mi è mai mancata.

Sarà che paradossalmente quando hai meno tempo a disposizione, quando cioè il lavoro è più intenso, tiri fuori il supereroe che c’è in te e riesci a inserire tra una cosa e l’altra anche lo spazio per scrivere. Mentre quando si ha poco lavoro, tutto si rallenta e le poche cose che fai sembrano già troppe.

Sarà che il tempo libero lo hai occupato tutto a dipingere. A volte quando si ha l’ispirazione ci si tuffa in una cosa così intensamente e irrefrenabilmente, tanto da sentirsi una drogata che al mattino pensa solo a quello, e continua a farlo fino alle due di notte (chissà forse per recuperare mesi e mesi di totale astinenza dalla pittura).

uno dei miei ultimi quadri

Sarà che il tempo a disposizione invece che spingerti a cucinare tipiche pietanze palermitane da fotografare e commentare, ti porta a preparare “ottimi” pranzetti a base di spinacine e altri surgelati vari, che oltre a non essere tanto desiderabili al palato, sono per nulla da citare in un blog.

Sarà che la pioggia costante, dopo quattro mesi di caldo afoso, crea strane conseguenze, dal cattivo umore, alla poca frequentazione di bei luoghi da visitare e descrivere.

Sarà che il turismo è tanto in calo da provare una certa rabbia a parlare della tua bellissima città, perchè ti domandi se vale la pena continuare questa attività che ami tanto.

Sarà che il tuo compagno ha iniziato un nuovo lavoro precario e poco remunerativo, ma che è bello e complesso perchè a contatto con giovani in grosse difficoltà, ed allora siete presi a parlare di questo, a pensare a come lui possa sostenerli al meglio, e a come riorganizzare la vita in base ai suoi nuovi orari e turni diurni e notturni di lavoro.

Sarà che un dente ti ha massacrata di dolore, e dopo aver lottato per giorni in una stoica sopportazione, aiutata da bustine a base di nimesulide (efficaci soprattutto nel distruggere lo stomaco), sei andata dal dentista (cosa che rifiutavi di fare da almeno dieci anni, dopo aver trascorso anni nelle fredde sale d’attesa e sotto le grinfie dei dentisti, avendo portato da adolescente un odiosissimo “apparecchio”) ed hai scoperto che il dente è morto e non puoi fargli il funerale e basta, ma devi andare per ben tre volte a farti torturare, e se la lingua batte dove il dente duole, anche il cervello si concentra su quello.

Sarà che ti eri impelagata nell’idea di scrivere un post sul Gattopardo, perchè dopo aver rivisto il film di Visconti e ripreso in mano il romanzo, volevi parlare della sicilianità, di quel senso di apatia che ci attanaglia, dovuto alla nostra storia ma anche alle asperità del clima, di quel sentirsi degli Dei che non hanno bisogno di imparare niente da nessuno, caratteristiche di cui ci si può liberare solo emigrando in tempo...Ma alla fine il lavoro era immane, la curiosità di rileggere il libro, di cercare su internet tutto su Tomasi di Lampedusa, di cercare i luoghi in cui è ambientato il romanzo etc, ti hanno fatto perdere tanto tempo e non buttare giù nemmeno due righe.

Sarà che per ora sei così incavolata con la tua città che si riempie di immondizia, si svuota di turisti, vive di disoccupazione, si allaga e frana con un pò di pioggia, ha un sindaco che oltre il resto, gode anche di un “mozzo” pagato a spese nostre (vedi Striscia la notizia) e ti domandi se devi parlare di queste cose o tenerle nascoste perchè ti vergogni un pò (anche se non l’hai votato), ed in più vorresti promuovere il turismo in una città che lo meriterebbe e non è certo parlando di sporcizia e allagamenti il modo migliore per farlo, ma non sai proprio far finta di niente.

foto da internet

Insomma, credo di aver vagliato i miei perchè, e così ho scritto pure un post, sapendo che presto ritroverò la mia ispirazione e la mia voglia di raccontare ancora di tutto ciò che mi circonda, sia il il brutto che sopratutto il tanto bello che c’è.





Un saluto a Le Francbuveur che con il suo commento mi ha aiutata a scrivere questo post

martedì 8 settembre 2009

Lieve terremoto a Palermo

Stamattina mi sveglio e accendo subito il computer come faccio sempre, per vedere se sono arrivate prenotazioni o richieste via e-mail, per leggere le news, un occhiata al blog, etc.

Invece l’unica e-mail che ricevo è di Palermo-bloggalo, tramite facebook, che mi informa che stanotte c’è stata una scossa di terremoto di magnitudo 4.0 della scala richter a Palermo, per fortuna senza danni a cose e persone, ma la cosa fa sempre un certo effetto.

Molte persone l’hanno percepita, noi non abbiamo sentito nulla.
Alle 23.30 (ora della scossa più forte) eravamo nella grande nuova piazza che hanno costruito di fronte al Tribunale, una piazza tutta color cemento, con poco verde ma con molte panchine, che è diventata un punto di aggregazione per tante persone.
Noi eravamo lì a chiacchierare con un caro amico, mentre poco distanti, dei giovani giocavano a hockey sui pattini, cosa che ci aveva affascinati e divertiti.
Su quella grande piazza e in più presi da una discussione molto interessante, non abbiamo avvertito nulla, per fortuna perchè non è certo una bella esperienza.
Ma stamattina questo risveglio è stato strano.

Il pensiero è andato subito all’Abruzzo, alle tante persone che ancora soffrono le conseguenze del terremoto. Il pensiero è andato a L’Aquila e poi alla mia città. Il pensiero è andato sulle persone che amo, sapevo che non c’erano stati danni, ma un giretto di telefonate...

giovedì 3 settembre 2009

"Il viaggio" o "l'acchianata" al Santuario di Monte Pellegrino.



Ho già raccontato la Festa più importante per i palermitani, il Festino di Santa Rosalia che si celebra il 15 Luglio.

Ma la devozione che la Santuzza ispira nei palermitani è tale che le è riservata un’altra importante festa per la data che ricorda la sua morte (il 4 Settembre del 1160): “il viaggio” o “l’acchianata” (salita) al santuario di Monte Pellegrino, il bellissimo promontorio sul golfo di Palermo, dove furono trovati i suoi resti.


L’acchianata al santuario avveniva nel passato e avviene ancora oggi (certo con minore coinvolgimento popolare), la notte tra il 3 e il 4 settembre per celebrare “l’ascesa al cielo” di Santa Rosalia. Era un vero pellegrinaggio dove come in tanti altri momenti di religiosità popolare, si mischiava il sacro al profano.



C’erano atti di grande devozione, in un misto di cattolicesimo e paganesimo, come l’acchianata in ginocchio, la benedizione dell’acqua, i voti e i doni (soprattutto gioielli e oggetti d’oro e d’argento) portati alla Santa, e momenti di divertimento e svago. La gente coglieva l’occasione del pellegrinaggio per fare una bella scampagnata, dove non mancavano le solite abbuffate.

Il Pitrè racconta di feste indimenticabili, nelle quali ondate di palermitani danzavano e cantavano accompagnati dai violini e dalle chitarre dei cantastorie, e soprattutto mangiavano e bevevano. Alcuni devoti salivano al santuario con asini o muli noleggiati alle falde del monte, i più impavidi a piedi.

Mi ha fatto sorridere (con una certa amarezza) la sua testimonianza riguardante l’attitudine dei miei concittadini a “ingrasciare” (sporcare) tutto ciò che li circonda, cattiva abitudine che ha quindi lontane origini. Scrive infatti in due passaggi: “...dato mano alle stoviglie portate fin lassù pel desinare, le si scaraventano per gioia su’ sassi o le si precipitano da un dirupo...” E poi “ ...Se altre stoviglie rimase danno impaccio, queste son buttate via senza ritegno...”
E’ evidente che la “lagnusìa” (pigrizia) dei palermitani è atavica, troppa fatica a portarsi indietro le stoviglie, meglio lanciarle sui sassi “per divertimento” o forse “per augurio” (come il riso sugli sposi).

Così il povero promontorio, che Goethe definì il più bello del mondo, già dal 1600 è abituato ad essere così trattato ed ancora oggi le stoviglie, che adesso sono dei bei servizi di piatti e bicchieri di plastica, fanno da ornamento alle pinete e alle caratteristiche pale di ficodindia.

Questa festa ebbe origine nel 1625, l’anno in cui furono rinvenuti i resti di Rosalia.
Poco dopo il Senato palermitano decise la costruzione di un santuario.



I lavori cominciarono nel 1625 e gia nel 1629 venne inaugurata la Chiesa (all’epoca evidentemente si era più rapidi in questo genere di iniziative, oggi per riparare una strada ci mettono anni e anni).



Poco dopo cominciarono anche i lavori per la costruzione di una via d’accesso al santuario “la scala nuova” che poteva permettere con più agilità il pellegrinaggio della notte tra il 3 e 4 settembre. Questa scalinata ha permesso l’accesso al monte fino al 1924 anno in cui fu realizzata una strada percorribile in auto. I più devoti però ancora oggi continuano a utilizzare le scale antiche, almeno nelle ultime rampe, per avvalorare la propria devozione.


Il Santuario di Santa Rosalia è un luogo molto suggestivo.


La facciata seicentesca è addossata alla roccia, poichè la Chiesa è realizzata all’interno della grotta. Vi è uno spazio adibito all’esposizione di tutti i doni fatti dagli ex voto, e poi una cancellata da cui si entra nella grotta.

Tutte le pareti sono coperte da tegole di metallo che incanalano l’acqua che fuoriesce dalle fenditure della grotta, che viene raccolta e posta nelle acquasantiere (e venduta nelle bancarelle con la promessa di ottenere sicuri miracoli).



Poco distante dall’ingresso vi è una teca di vetro contenente la statua della santuzza coricata in un baldacchino, coperta da un abito d’oro e adornata da collane e gioielli di ogni tipo, donati dai devoti (e spesso rubati negli anni da coraggiosi ladri che non hanno temuto né la legge, né le ipotetiche sventure che la santa avrebbe loro inflitto).



Tutta l’ambientazione è di grande fascino e suscita emozioni e sgomento, l’acqua gocciolante, le pareti di roccia, il fresco umido, il silenzio, gli oggetti d’argento donati che spesso rappresentano cuori o arti dei miracolati (piedi, mani etc, che fanno una certa impressione) . Ricordo che soprattutto da bambina venivo percorsa da un brivido nell’entrare in questo luogo, una sorta di strana paura e di attrazione, sensazioni che a volte suscitano quei luoghi dove è palpabile la spiritualità mista alla superstizione.


All’esterno del santuario ci sono tante bancarelle dove si possono acquistare tutti i tipici gadget religiosi, statuine, candele,

bandierine, acquasantiere, etc.


Un’altro luogo degno di nota sul meraviglioso Monte Pellegrino (che gli arabi chiamavano Geber Grin), è la statua sulla cima del monte, visibile a tutti i navigatori e soprattutto agli emigranti che tristemente lasciavano la loro città e confidavano nell’aiuto della santa per fare fortuna in lidi lontani. Adesso la statua è adornata da scritte che proclamano “amori eterni” di giovani sconosciuti, e fedi e odi calcistici.


Io non ho mai avuto l’occasione di fare l’acchianata notturna del 3-4 Settembre, ma ho percorso a piedi le rampe del Monte Pellegrino, ed è davvero una bellissima passeggiata tra i boschi con una vista meravigliosa (se non fosse per quel pò di immondizia a smorzare il troppo entusiasmo).




Sicuramente se si fa una visita nella mia bellissima città, può essere molto bello fare un “viaggio” su questo monte che sembra un grosso animale che si riposa in riva al mare e nel suggestivo santuario. E’ un viaggio nella natura, ma anche nell’anima di questo “popolo” e nelle sue tradizioni.
Foto di Judy Witts e Jan-Luc Moreau

venerdì 14 agosto 2009

Una giornata al mare. Il “villino”: il Ferragosto Palermitano doc.

Il Ferragosto rappresenta l’apice della vacanza del palermitano doc. Soprattutto negli anni in cui non era di moda andare in vacanza, magari nei villaggi turistici (luoghi che meriterebbero un post a parte), e comunque assentarsi per giorni dalla città. Oppure quando risultava difficile anche recarsi tutti i giorni al mare, in tempi in cui l’automobile era ancora un mezzo di lusso, dovendo così usufruire della mitica motoape (che ben si riciclava da strumento di lavoro a strumento di svago) o dei mezzi pubblici (cosa non facile nemmeno oggi).
Il Ferragosto diventava quindi l’unico giorno in cui tutte le famiglie si riunivano e si organizzavano per uscire e trascorrere una giornata intera al mare.



Molti scrittori della mia città hanno raccontato la tipica gita a mare dei palermitani doc, che dotati appunto di motoape, caricavano tutta la famiglia, compresi almeno cinque “picciriddi” (bambini), perchè all’epoca le famiglie erano molto numerose, i “nannò” (il nonno, spesso abbigliato con pantaloncini, canottiera intima bianca a costine, calzini bianchi, sandali ai piedi e coppola di paglia. E la nonna, quasi sempre una signora anziana e corpulenta, vestita con prendisole fiorato, che veniva piazzata per tutto il tempo sotto un ombrellone su una sedia a sdraio, dalla quale non si alzava mai), e tutta una serie di attrezzature che andavano da sedie a sdraio, ombrelloni, tende per il cambio costume, tavolini, sedie, teglie di pasta al forno, salsiccia,
uova sode, vino e la mitica anguria che non poteva mai mancare.Tutto questo nella moto ape e spesso in direzione di Mondello.

Adesso questo può ancora succedere, ma di certo è un fenomeno meno diffuso che nel passato.

Un altro particolare fenomeno tipico palermitano, si sviluppò intorno agli anni ’80.
Ci fu una sorta di boom, una nuova moda.
Tutti dovevano avere il “Villino”. Era un vero status simbol. Era l’obbiettivo di tutte le famiglie palermitane, il sogno di tutti, la meta unica da raggiungere, il simbolo della propria realizzazione sociale.

Ma cosa è di preciso il “Villino”? Potremmo pensare che si tratti appunto di una villa al mare.
Non è propriamente così. C’è una “sottile” differenza tra la villa e il “Villino”.

La villa è per i “ricchi”, è elegante, magari dotata di piscina, può essere una prima abitazione o una seconda casa in un luogo ameno.
Il villino è per “tutti”.

Per avere il villino in primo luogo bisognava acquistare “u terrienu” (il lotto di terra). Non importava bene dove, dipendeva dal proprio portafogli. Magari era in una campagna assolata, lontano dal mare, su lande sperdute simili alla steppa, su montagnole prive di alberi e vegetazione, l’importante era avere un proprio terreno.
foto Jan-Luc Moreau

Spesso si abitava in città in una casa in affitto, piccola e povera, ma quando si poteva costruire il proprio villino, ci si sentiva realizzati.

Poi si cominciava la costruzione, spesso abusivamente, figuriamoci il piano regolatore, l’armonia con il panorama, o tutte queste altre “piccolezze”. La parte esterna, nella maggior parte dei casi, non veniva mai rifinita.
L’importante era alzare le proprie ambite quattro mura. La costruzione era variabile, magari si cominciava con una stanza e poi nel tempo ci si allargava.
L’arredamento era sempre ed esclusivamente realizzato con tutto il “vicchiume” (roba vecchia) che nella casa di città non ci entrava più. Cucine vecchie di cent’anni, la camera da letto ereditata dai nonni, divani rattoppati, i piatti “spizzicati”, le bomboniere ( merce di scambio di matrimoni, comunioni, battesimi) erano il tocco finale per abbellire il tutto, peccato che generalmente si trattava di oggetti orribili e di cattivo gusto che nessuno penserebbe mai di esporre, nemmeno sotto tortura.
Insomma tutto ciò che doveva essere buttato, prima passava sicuramente dal villino.

Altra domanda che sicuramente potrà venire in mente è: “ ma se per lo più i villini erano abusivi, da dove prendevano l’acqua e dove scaricavano?”.
Niente di grave, per l’acqua venivano utilizzate delle figure professionali di scientifica affidabilità, i rabdomanti, che dotati di fatato bastoncino, trovavano le falde acquifere, quasi sempre fonti preziose di acqua salata o inquinata, anche perchè le fogne venivano realizzate se andava bene nelle fosse imhoff, o per lo più scaricando all’aperto.

Poi certamente c’erano villini più o meno belli, ma averne uno era già una grande soddisfazione.

In questi casi, quando arrivava il tanto atteso Ferragosto, tutte le famiglie si riunivano nel villino di un proprio fortunato parente, e lì trascorrevano tutta la giornata arrostendo carne e salsiccia,
mangiando pasta al forno, bevendo vino fatto in casa, cantando a squarcia gola, giocando a carte, lasciando liberi i bambini di sporcarsi, e se era il caso, imbastendo qualche “sciarria” (lite) familiare che, aiutata dagli effluvi del vino, ci stava sempre bene.

Negli anni a seguire, la moda del villino è un pò scemata, forse perchè in molti, dopo anni di sacrifici per costruirne uno, vedevano i propri figli ribellarsi di fronte alla possibilità di trascorrere la propria vacanza in codesti luoghi, preferendo a quel punto recarsi con il proprio motorino alla spiaggia di Mondello insieme ai propri amici. O forse per la nuova moda di andare nei villaggi turistici, o forse perchè ormai ce l’hanno già quasi tutti, o forse per la crisi economica.

Il Ferragosto, ancora oggi, viene comunque trascorso nel solito modo. I più giovani trascorrono la notte facendo i falò in spiaggia.
Le famiglie passano l’intera giornata al mare.
foto Jan-Luc Moreau

Adesso però molte persone possono effettuare spostamenti più lunghi con la propria automobile, recandosi quindi in spiagge più grandi e belle.
Ricordo con tenerezza, una signora, che in tutta la sua vita aveva visto solo il mare di Mondello e di Sferracavallo.
Quando, un giorno di Ferragosto di alcuni anni fa, con tutta la sua famiglia, per la prima volta, si spostò verso Trappeto (a metà strada tra Palermo e Trapani), dove c’è una grande spiaggia e il mare aperto, ritornando a casa, con entusiasmo e stupore disse : “Quello non era mare, era Oceano”.
Blog Widget by LinkWithin